C’è un brano che ho ritrovato nei miei pensieri ultimamente: Space Oddity di David Bowie. La storia di come un astronauta guidato e accompagnato remotamente nello spazio perde ogni contatto con il suo supporto terrestre.

Ascoltandolo, potrebbe sembrare che Major Tom sia destinato a fluttuare nel vuoto dopo aver perso le indicazioni e le premure operative di Ground Control. Che per lui non rimanga che la deriva, e la morte.

Io non vedo questa separazione come una condanna ma invece come una ritrovata lucidità e fermezza.

Bowie ha sempre giocato con l’ambiguità e questa lettura è un’alternativa a una comprensione troppo ovvia del testo. “Though I’m past one hundred thousand miles / I’m feeling very still / And I think my spaceship knows which way to go” non sono le parole di un’anima persa ma di qualcuno che ha trovato una luce dentro di se proprio quando il buio è abbastanza vicino da poter inghiottire tutto.

La separazione da ogni collegamento a questo punto è sana e fondamentale e diventa troppo tardi per voltarsi indietro e lasciarsi sfiorare dal pensiero del ritorno.

I riferimenti e le certezze servono lo scopo di abituarsi, un giorno alla loro assenza.

Ed è forse questo che Major Tom ha scoperto: di poter fare affidamento su delle risorse che non sapeva consciamente di avere.

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